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Quando si pensa a mescolamenti razziali, il primo posto che comunemente balza alla mente riguarda gli STATI UNITI, patria di quel “calderone di tutto e niente” che conosciamo.
Le etnie convivono molto male fra loro. Problemi razziali ce ne sono tanti, e come se non bastasse, vengono tirati fuori anche quando razziali non lo sarebbero. Ma spesso, purtroppo, la questione non si “limita” al solo livello di tensioni poichè poi esplode inevitabilmente in qualcosa di più grande.
Ad esempio sono state molte le manifestazioni di neri in questi anni (es: Ferguson) , in seguito a controversi episodi che hanno visto protagonisti poliziotti bianchi, e in taluni casi (tipo a Baltimora) si è addirittura arrivati a dover imporre il coprifuoco in città, in questi giorni a Charlotte ci sono i militari in strada a contenere le rivolte, in uno scenario che sa di guerra civile.
Recentemente il movimento “black lives matter” è balzato alla cronaca per blitz e scontri, tutti fondati su base razziale.
Non è eleggendo un presidente nero che ci si ripulisce dall’immagine di Paese con grossi problemi di multietnicità implosiva.

In BRASILE le differenze sono enormi, ed evidenti già solo semplicemente osservando la distribuzione tra bianchi e neri, in locali e attività lavorative.
Meno visibili, dato il ristrettissimo accesso, ma presenti anche nelle distribuzioni abitative dove si sono creati dei “ghetti bianchi”, dove i ricchi per autodifesa si sono raggruppati in aree strettamente sorvegliate, con polizia privata e sbarre in entrata così da non correre rischi.
L’anno appena trascorso ha visto anche per i Brasiliani neri manifestazioni a sfondo etnico e religioso, a testimonianza che tensioni in questi due ambiti sono radicate anche in un Paese come quello, rappresentato come colorato e solare nell’immaginario di chi non ci è mai andato.
In particolare ci sono state proteste per i culti del Candomblè e Umbanda, che non vengono riconosciute nè considerate come religioni vere e proprie. Cosa che fra i neri scatena malcontento e rabbia, perchè ritengono che sarebbe colpa dei bianchi (la classe ricca) che bollerebbe queste pratiche come “cose da neri”.

Nel mar dei Caraibi, l’isola di Hispaniola è nettamente divisa a ovest da HAITI e a est dalla REPUBBLICA DOMINICANA.
Come risaputo, sarebbe un paradiso vacanziero per turisti, ma ci sono diversi aspetti inquietanti, tipo le numerose attività commerciali dotate di security privata con fucili a doppia canna e pistoloni di varia foggia. Fanno bene a proteggere la propria attività e clienti, ma lascia perplesso il pensiero su che razza di gente ci sia in giro per doversi armare così tanto.
Hanno abolito lo jus soli, (che qualcuno invece vorrebbe introdurre in Italia…), istituendo prima un “Piano Nazionale di Regolarizzazione degli Stranieri” così da regolarizzare chi ha requisiti, e documenti necessari per fornire certe garanzie, e successivamente il “Piano Nazionale di Rimpatrio dei clandestini”, per rimandare i non aventi diritto al proprio Paese di origine, perlopiù Haiti.
Nonostante il celere aiuto in conseguenza al terribile terremoto di qualche tempo fa, l’odio rimane radicato. I Dominicani infatti rivendicano la propria indipendenza dall’occupazione Haitiana molto più che dalla madrepatria coloniale Spagnola.
Ad oggi oltre un milione di Haitiani svolgono lavori umili, specie nei campi di canna da zucchero, in agricoltura e nei cantieri edili, spesso in balia di abusi d’ogni genere.
E’ un paese sovrappopolato e stremato dai soprusi di tirannie e false democrazie, tra violazioni dei diritti civili e corruzione dilagante. Più della metà dei circa 9 milioni di abitanti, neri al 95% e in media molto giovani, è analfabeta, disoccupata e denutrita.
Sono estremamente carenti tutti i servizi di base e persino l’acqua potabile, così le epidemie dilagano. L’85% degli haitiani vive nelle campagne o nelle bidonvilles, mantenendosi con meno di un dollaro al giorno. Le principali fonti di reddito, oltre all’agricoltura di sussistenza, sono le rimesse degli emigrati, i proventi del transito di droga, il riciclo degli aiuti umanitari e le fabbriche d’assemblaggio a salari infimi.

Mancano le istituzioni del convivere civile, che dubito si possano installare da fuori.
Saremo anche “tutti figli del mondo”, ma la convivenza non funziona.

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