C’era una volta un bambino di nome Mohawkabuyuli che viveva con la sua tribù vicino ad una foresta.
La sua particolarità era che, oltre ad essere molto scaltro e vivace, aveva le unghie blu.
Poteva provare a tingersele in qualunque modo, ma queste ritornavano subito a ricolorarsi del loro colore di nascita: il blu.

Qualche volta, qualche altro bambino della tribù lo aveva preso in giro per questa caratteristica, ma senza che avesse avuto mai un importanza particolare: in fondo anche altri venivano presi in giro per i piedi grandi, e altri ancora per le orecchie a punta….
Mohawkabuyuli si accorse però che se lui piagnuccolava ogni volta che qualcuno faceva anche solo vagamente riferimento a unghie, al colore blu o argomenti simili, questi subito si scusava con lui, e faceva di tutto per farsi perdonare.

Scoperta questa ingenuità da parte dei suoi compagni di tribù iniziò ad approfittarsene e ad ottenere favori di ogni genere: bastava fingersi offeso o anche solo un po’ dispiaciuto che tutti si impegnavano a consolarlo in ogni modo.
Se qualcuno lo criticava per qualcosa, Mohawkabuyuli ribatteva che quelle non erano critiche veritiere, ma dovute invece al fatto che lui aveva le unghie blu.
Se lui faceva un dispetto ad altri e questi si lamentavano o provavano a restituirglielo, lui li accusava del fatto che lo facevano solo perchè erano mossi dal disprezzo per coloro che avevano le unghie blu.

Questo gli dava quindi licenza di fare qualsiasi cosa, tanto poi avrebbe accusato gli altri di discriminare le sue unghie e il loro colore; poteva allora permettersi tutto quello che gli pareva, perfino commettere prepotenze ad altri o rubare, nascondendosi poi dietro alla scusa delle unghie blu.
Per evitare ciò, in quella tribù, gradualmente negli anni, diventò tabù parlare di unghie e del blu… perfino di mani, guanti, smalti o di colori in generale!
Nessuno lo aveva esplicitamente proibito, ma di fatto accadeva, per non rischiare di offendere Mohawkabuyuli.
Gli abitanti della tribù non si limitavano ad evitare quegli argomenti solo in sua presenza, ma col tempo iniziarono a censurarli anche quando erano solamente fra di loro, per timore di apparire di fronte a qualcun’altro della tribù, come il cattivone che parla di cose che sarebbero dispiaciute a Mohawkabuyuli se lui fosse stato lì in quel momento.

Nella tribù c’era anche però chi non cadeva in questo trucco, e se ne fregava di piagnistei o accuse: quando Mohawkabuyuli sbagliava, c’era chi glielo diceva senza paura, proprio come tutte le altre persone prive di una “immunità” come la sua.
Erano persone che dicevano le cose come stavano, senza timori e senza giri di parole: non sarebbero mai arrivati a fingere che le unghie di Mohawkabuyuli fossero state di un colore diverso da quello che erano veramente, e nemmeno mai arrivati a limitare la propria libertà di parola o a censurare la realtà circostante solo perchè scomoda a qualcuno.

Come sappiamo, la vita a volte riserva ingiustizie, altre volte splendide sorprese. Quella tribù non fece eccezione, e nel tempo continuò la propria esistenza come tutte le altre, vedendo scorrere le stagioni, vedendo i bambini diventare uomini, e gli uomini diventare vecchi.

Anche per Mohawkabuyuli venne il giorno in cui morì e volò in cielo di fronte al Padre Eterno.
Egli gli disse che era stato un po’ cattivo in vita e che doveva ripagare le sue malefatte, ma Mohawkabuyuli non lo lasciò nemmeno finire di parlare, che subito iniziò con il suo collaudatissimo anatema fatto di stizza, lacrime e accuse, per provare ad estorcere con il solito ricatto anche il Paradiso.
Il Padre Eterno allora gli lasciò dire tutto quello che gli pareva, limitandosi nel frattempo ad osservarlo con attenzione, dopodichè gli rispose: “Io posso leggere nella tua mente, e sapere ciò che pensi veramente. La vita non ti ha insegnato che è sbagliato approfittarsi della bontà altrui, e so benissimo cosa hai appena cercato di fare con me”.
Per punizione il Padre Eterno gli raddoppiò la penitenza, senza sconti di pena, senza condizionale, senza indulti, senza amnistie, senza svuotacarceri, senza domiciliari, senza vizi di forma, e senza inutili fogli di via.

Buonisti se non avete capito la morale della fiaba, essa è: non crediate che farsi scudo dietro la pelle nera o accusare a vanvera di razzismo gli altri possa continuare a sevire ancora a qualcosa. Sono solo scuse che non si beve più nessuno oramai.

E vissero tutti felici e contenti.

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